Exhibitions

Cristian Chironi | Erin O’Keefe | Studio65
Things that fall
Text by Caterina Avataneo
23 March – 11 June

To understand the reasons behind the title of this show – Things that Fall – as well as some of the choices at the core of the dialogue between the works of Cristian Chironi and Erin O’Keefe both showing for the first time at Ncontemporary, it is worth pausing first on its decor. It is hard to predict in which form the viewers will encounter this, and certainly it will not be the same all throughout the exhibition. Scattered around the space or assembled in monolithic shapes, the colourful polyurethane blocks designed in 1973 by Studio 65, might be a perfect seat too often missing in gallery shows, or an occasion for playfulness, also quite rare in similar contexts. They are the modular blocks of Baby Lonia, a sculpture and a game which was inspired by the story of the Tower of Babel and developed together with prof. Francesco De Bartolomeis during a series of workshops that happened in the 70s hosted by a few schools in Turin. With a typically postmodern move, the big tower was re-interpreted rather playfully and its collapse viewed not so tragically. Once the monolith falls, diversity is created. Pupils become architects of their own spaces, exercising practises of embodiment and manipulation, and potentially shaping other ways of living.

Similar strategies characterise the work of the artists in the show as well: Cristian Chironi, master of inhabiting and interpretation; Erin O’Keefe, choreographer of uncertainty.

One of the major projects Chironi is known for, My house is a Le Corbusier, was also inspired by a story; the one of a house-plan generously gifted from the father of modernism to his friend Costantino Nivola, sardinian artist, who entrusted his family with building a new, uniquely modern home in Orani to only later discover that they had rather preferred to go for vernacular, low-brow solutions responding to their domestic needs. Since 2015 Chironi has lived extended periods of time in the many homes around the world designed by Le Corbusier, exploring what lies between ambition, planning and vision; and legacy, use and functionality. The sculptures, collages and sketches showing at the gallery belong to a subsequent iteration of this project, started in 2018. Since then Chironi has decided to embarque in a series of urban journeys driving Chameleon, a Fiat 127 Special, whose colours changed according to the location, always following the colour coding of the homes of Le Corbusier. Table (Bolzano Drive version) – once bonnet, now repurposed table – maintains a convivial character and carries the many stories shared during the drives and meals the artist had with his guests, discussing mobility, housing, city planning, border crossing and most importantly social transformation among other topics. Another series of works – once rims, now repurposed clocks – preserve a circular, and cyclical, essence where beginnings and ends are part of the process, as well as rise and fall of clock hands and thus time itself, a succession of apocalypses of daily occurrence.

The sense of time feels instead rather suspended in Erin O’Keefe photographs, as do the shapes and painted objects that populate the artist’s metaphysical cosmology of images. Careful arrangements, composition and staging techniques, as well as the use of light and colour, generate distorted landscapes, illusory and sibylline. The spatial presence of the framed objects and their sense of scale result so altered, or flattened, that the eye does not have anything to anchor to; and the medium itself can be easily mistaken for abstract geometric painting. Arches curve on themselves, backgrounds come to the front, shadows open to the void and blackholes transpass solids without absorbing everything around them. What collapses here is any determined physical law. Less interested in functionality than in de-stabilising one’s ability to decipher something supposedly already known, O’Keefe creates complex images whose wrongness opens to paradox, ambiguity or, to put it simply, to the possibility of not knowing. She is designer and architect of the not-yet possible space, metaphysical scenery at the end of time.

At this point, it might all feel up in the air, what is it that we are saying here? Pupils play masters; islands become the centre of the attention and signature homes are read creatively, their legacy being questioned; the law of fall itself – gravity – plummets, diversifying trajectories where physics is just an interpretation. In such a context artists act as incopetent architects and dysfunctional fragments form material for new assemblages. It is not only the Tower of Babel, the big monolith, that falls… it’s sense, laws, certainties, dominant narratives, hierarchies. But isn’t also History as we – european and american western – knew it, crumbling? Faced with a planetary trajectory whose endpoint is destruction, we are told we must build new worlds. Once the ground trembles beneath us shaking away old presumptions, the fall of certain things is inevitable. Now it is the moment to unlearn notions of legacy as a fixed matter, and imagine its possible deviations, alternatives and footprints on the future. Once the monolith falls, diversity is created.

IT

Per capire le ragioni del titolo di questa mostra – Things that Fall – così come alcune delle scelte alla base del dialogo tra le opere di Cristian Chironi ed Erin O’Keefe, entrambi presentati per la prima volta a Ncontemporary, vale la pena soffermarsi prima di tutto sul suo decor. È difficile prevedere in che forma questo si presenterà ai visitatori, e certamente non sarà la stessa per tutta la durata della mostra. Sparpagliati nello spazio o assemblati in forme monolitiche, i blocchi di poliuretano colorato disegnati nel 1973 da Studio 65, potrebbero essere una seduta perfetta, troppo spesso assente nelle mostre in galleria, o un’occasione di giocosità, anche piuttosto rara in contesti simili. Si tratta dei blocchi componibili di Baby Lonia, scultura-gioco ispirata alla storia della Torre di Babele e sviluppata insieme al prof. Francesco De Bartolomeis durante una serie di workshop avvenuti negli anni ‘70 in alcune scuole di Torino. Con una mossa tipicamente postmoderna la grande torre è reinterpretata in modo piuttosto goliardico, ed il suo crollo visto non così tragicamente. Quando il monolito cade, si crea diversione. Gli alunni, e chiunque dopo di loro interagisca con il lavoro, diventano architetti dei propri spazi, esercitando pratiche di incarnazione e manipolazione, e potenzialmente plasmando altri modi di vivere.

Strategie simili caratterizzano anche il lavoro degli artisti in mostra: Cristian Chironi, maestro dell’abitare e dell’interpretazione; ed Erin O’Keefe, coreografa dell’incertezza.

Anche uno dei principali progetti per cui Chironi è noto, My house is a Le Corbusier, ha preso ispirazione da una storia: quella di una planimetria per una casa unicamente moderna ad Orani, generosamente donata dal famoso architetto, padre del modernismo, all’amico Costantino Nivola, artista sardo, il quale affidò l’incarico di costruzione ai suoi parenti per scoprire solo in seguito che essi preferirono optare per soluzioni vernacolari e per così dire rozze, che rispondevano meglio alle loro esigenze domestiche. Dal 2015 Chironi ha vissuto lunghi periodi di tempo nelle svariate case progettate da Le Corbusier in giro per il mondo, esplorando ciò che esiste tra ambizione, progettazione e visione; ed eredità, utilizzo e funzionalità. Le sculture, i disegni ed i collage in mostra appartengono ad una successiva iterazione di questo progetto, iniziato nel 2018. Da allora Chironi ha deciso di imbarcarsi in una serie di viaggi urbani alla guida della Camaleonte, una Fiat 127 Special, i cui colori cambiano a seconda della location, seguendo gli studi e le combinazioni di colore delle case di Le Corbusier. Il lavoro Table (Bolzano Drive version) – un tempo cofano, ora riadattato tavolo – mantiene un carattere conviviale e porta con sé le molteplici storie condivise durante i viaggi ed i pasti che l’artista ha compartito con i suoi ospiti, discutendo di mobilità, housing, pianificazione urbana, confini e soprattutto cambiamento sociale, tra gli altri argomenti. Un’altra serie di opere – un tempo borchie copricerchi ora riconvertiti orologi – conserva un’essenza circolare, e ciclica, in cui inizi e fini sono parte del processo, così come l’ascesa e la caduta delle lancette e quindi il tempo stesso, un susseguirsi di apocalissi di occorrenza quotidiana.

Il senso del tempo sembra invece essere piuttosto sospeso nelle fotografie di Erin O’Keefe, così come le forme e gli oggetti dipinti che popolano la cosmologia metafisica delle immagini che l’artista crea. Arrangiamenti scrupolosi, composizione e messa in scena, nonché l’utilizzo della luce e del colore, generano paesaggi distorti, illusori e sibillini. La presenza spaziale ed il senso di scala degli oggetti inquadrati risultano così alterati, o appiattiti, che l’occhio non ha nulla a cui ancorarsi; e il mezzo stesso può essere facilmente scambiato per pittura geometrica astratta. Archi si curvano su se stessi, sfondi slittano in primo piano, ombre si aprono sul vuoto e buchi neri attraversano solidi senza assorbire tutto ciò che li circonda. Ciò che crolla qui sono assiomi e leggi fisiche. Meno interessata alla funzionalità e più a come destabilizzare la capacità di decifrare qualcosa che si suppone essere già noto e stabilito, O’Keefe crea immagini complesse la cui erroneità apre al paradosso, all’ambiguità o, per dirla più semplicemente, alla possibilità di non sapere. Lei è designer e architetto dello spazio non ancora possibile, scenario metafisico alla fine del tempo.

A questo punto, potrebbe sembrare tutto campato in aria. Cosa stiamo dicendo qui? Alunni impersonificano maestri; isole diventano centro dell’attenzione e case potenzialmente uniche vengono interpretate con una certa creatività, la loro eredità messa in discussione; la stessa legge della caduta – la gravità – precipita, diversificando traiettorie in cui la fisica è solo un’interpretazione. In tale contesto gli artisti agiscono come architetti incompetenti, facendo uso di frammenti senza una funzione precisa per formare assemblaggi nuovi. Non è solo la Torre di Babele, il grande monolite, che cade… sono il senso, le leggi, le certezze, le narrazioni dominanti, le gerarchie. Ma non è anche la Storia come noi – occidentali europei e americani – la conoscevamo, che sta franando? Di fronte a una traiettoria planetaria la cui destinazione finale è mera distruzione, ci viene detto che dobbiamo costruire nuovi mondi, trovare nuovi modi di stare al mondo scrollando via le presunzioni che l’hanno guidato fin’ora. Il suolo trema, così come tutte le certezze. La caduta di certe cose è inevitabile; è il momento di disimparare nozioni di eredità come materia fissa, e immaginare invece le possibili deviazioni, alternative e impronte che questa può avere sul futuro. Quando il monolito cade, si crea diversione, e diversità.

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